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IL PADRE

Regia - Piero Maccarinelli

di Florian Zeller
Regia di Piero Maccarinelli
con Alessandro Haber, Lucrezia Lante Della Rovere e con David Sebasti, Daniela Scarlatti, Ilaria Genatiempo, Alessandro Parise
Scene di Gianluca Amodio
Costumi di Alessandro Lai
Musiche di Antonio Di Pofi
Disegno luci di Umile Vainieri
Produzione: Goldenart Production s.r.l

Alessandro Haber sorprende ancora. Diretto da Piero Maccarinelli presenta Il padre, moderno dramma a stazioni del giovane drammaturgo francese Florian Zeller, che in questa traduzione scenica italiana diventa un pericolosissimo incubo da “soggiorno”.

Il testo, dal titolo “arcaico”, quasi da tragedia greca, è attualissimo. Scritto nel 2012 per le scene francesi, affronta i temi delicati, “tragici” oltre ogni dire, della malattia e della vecchiaia, non tanto o non solo dal punto di vista di chi le sconta sulla propria pelle, ossia del malato, ma per quello che queste condizioni rappresentano per l’universo relazionale che lo circonda: la famiglia “moderna”. Andrea, padre vedovo di Anna, in apparente buona salute, è in realtà affetto da Alzheimer. Il racconto si concentra sul rapporto padre-figlia e sulla difficoltà estrema di affrontare, per Andrea, la malattia; per Anna, giovane donna alle prese con lo sfacelo dei rapporti della nostra contemporaneità, l’assistenza all’amato padre.

La scena di Gianluca Amodio si presenta alla platea come una scatola, qualcosa di molto simile a un box-set. Pareti scorrevoli, pesanti e intonacate, porzionano lo spazio scenico, strutturando ambienti simili ma differenti: appartamento di Andrea, quello della figlia, clinica. Il mobilio, fin da subito essenziale – un divano rosso, un tavolo con sedie e un carrello, tutto di materiale trasparente –, si farà via via più scarno, riducendosi di quadro in quadro. Sono stanze asettiche, vuote, volutamente prive di ricordi, in cui il vissuto e i punti di riferimento scompaiono.

Dentro questa scatola si svolge la via crucis di Andrea nonché si sgretola e si ricompone e galleggia la vita privata della figlia Anna, il suo tormento emotivo. Haber, bolognese classe ’47, costruisce con estremo rigore e senza cedere al rilassamento-rischio dell’immedesimazione un padre vibrante, non patetico ma empatico, allegro, a tratti antipatico, disperatamente godereccio, tenero. Un uomo anziano, non ancora fiaccato nel corpo, ma lacerato dalla malattia che gli fa perdere il senso di realtà. L’attore ha certamente compiuto un lavoro di scavo intenso avviando un dialogo non indolore con il proprio personaggio. Il risultato raggiunto, contrariamente a quello immediato percepito dallo spettatore, non è per niente “naturalistico”. Haber, con grande rispetto di sé e della malattia, mostra un attore che interpreta un personaggio impegnato a rapportarsi con immagini multiple e dislocate nel tempo di sé stesso. L’istrionismo pare essere congenito in questo padre malato che disperatamente cerca di attrarre l’attenzione degli altri, della figlia e della badante (quest’ultima interpretata alternativamente da Daniela Scarlatti e da Ilaria Genatiempo in base alla percezione che ne ha l’uomo nella sua memoria disturbata). Fino a rifugiarsi, regredito a bambino, nel baluardo estremo della disperazione, reclamando l’attenzione della mamma.

Spettacolo visto il 12 aprile 2019 al Teatro Verdi di Padova.

di Chiara Schepis
Data di pubblicazione su web 18/04/2019

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